Castelbarco

Galleria Antiquaria

Paesaggio arcadico con Mercurio ed Argo

Salvator Rosa (Napoli 1615 – 1673 Roma), attr.

Salvator Rosa
(Napoli 1615 – 1673 Roma)
attr.

Paesaggio arcadico con Mercurio ed Argo

Datazione: 1650-60 ca.
olio su tela

(cm.) 47 x 76
con cornice 63 x 92

Provenienza: Collezione privata
D1049 € 8.600 contattaci
L’iconografia del dipinto raffigura uno dei temi mitologici più affascinanti e celebri della pittura barocca, tratto dalle Metamorfosi di Ovidio (*), che vede Mercurio mentre suona il flauto ad Argo, ritratti in primo piano.

La tela si pone in relazione con una serie di opere, con lo stesso soggetto, che Salvator Rosa replicò durante il suo soggiorno romano, e di cui l'esemplare più celebre fu quello commissionato alla fine degli anni Cinquanta del Seicento dal principe Agostino Chigi (Siena 1634 – Roma 1705), nipote di papa Alessandro VII (foto 1), oggi custodita in Inghilterra presso una collezione privata (vedi foto in dettagli).

L’opera testimonia la passione per la cultura classica e la fortuna iconografica delle Metamorfosi di Ovidio, che per lo stesso Rosa, pittore letterato, era un argomento frequentato.

Questa serie di tele, tra cui l'opera in esame, furono eseguite verso la fine degli anni cinquanta del XVII secolo. Si collocano, dunque, negli anni del secondo e definitivo soggiorno romano dell’artista, quando Salvator Rosa era approdato al sentimento e alla rappresentazione del paesaggio che da sempre si lega al suo nome: la natura si è fatta più misteriosa, con le forme chiuse dei suoi anfratti scoscesi, dei dirupi, delle fronde che si liberano incontrollate da tronchi spezzati dal movimento vorticoso.

L’equilibrio solenne e la poetica delle opere eseguite fino alla metà del secolo andrà via via scomparendo, a favore di una visione più drammatica della natura, destinata a larga fortuna nel Settecento.

Nella nostra tela Salvator Rosa evolve così la concezione del paesaggio, con elementi tipici pre-romantici, quali le forme vorticose degli alberi, i colori più bruni e terrei, la natura dalle forme avvolgenti, quasi inglobando la figura umana nella sua impenetrabilità, e con un maggiore coinvolgimento dei protagonisti nella natura.

(*) il mito di Mercurio ed Argo, da Ovidio (Metamorfosi I)
Si narra che Giove, innamoratosi della bellissima ninfa Io, per celare la sua infedeltà e proteggersi dalla rabbia della moglie, la trasformò in una bianca giovenca.
Venuta a conoscenza dell’inganno, Giunone, gelosa della rivale, volle ottenere l'animale in dono, affinandola al gigante Argo perché la sorvegliasse. Argo aveva cento occhi ma non dormiva mai con tutti contemporaneamente, quindi per Giove era impossibile avvicinarsi ad Io.
Dispiaciuto per la sorte che aveva causato alla fanciulla, Giove incaricò suo figlio Mercurio di liberarla, il quale riuscì col suo flauto a far addormenare il povero Argo.
Allora il dio prese la spada e lo uccise, liberando poi la ninfa. Giunone, dispiaciuta per la triste sorte del pastore,  prese i suoi cento occhi e li pose sulle piume della coda del pavone, suo animale sacro.

CONSERVAZIONE
La tela si trova in ottimo stato di conservazione.
Presenta un vecchio reintelo.
L'opera è accompagnata da una cornice antica in legno laccato.

L'opera, come ogni nostro oggetto, è corredata di certificato di autenticità fotografico a norma di legge.
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